ASviS racconta la Cop30: tra frammentazione globale e segnali di resistenza

Belém non segna la svolta, ma dimostra che la cooperazione climatica è ancora viva.
Il 21 novembre si è conclusa la Cop30 di Belém, e ASviS, cui aderisce anche Impronta Etica, ha raccolto le principali indicazioni emerse da queste giornate intense di confronto.
Il quadro che ne esce è netto: oggi il mondo è profondamente frammentato, lo dimostrano i negoziati che si inceppano di continuo, alleanze che restano in piedi solo per convenienza e un numero crescente di Paesi che sceglie di muoversi fuori dal processo Onu, perché non crede più nella possibilità di un consenso globale. Questa è un’immagine dura, ma sincera, di cosa sia diventato il multilateralismo.
Eppure, paradossalmente, la cooperazione sul clima non si è spezzata del tutto, e in questo l’Europa ha avuto un ruolo più positivo del previsto, anche grazie ad una nuova geografia diplomatica fatta di coalizioni ampie e inedite: oltre 40 Paesi hanno chiesto una vera tabella di marcia per l’uscita dai combustibili fossili. E, anche se il documento finale – la Mutirão Decision – non li cita esplicitamente, qualcosa si sta muovendo: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5 (due nuovi processi pensati per favorire la collaborazione e accelerare la transizione) e l’impegno a triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035.
Sono sicuramente strumenti lontani dall’essere perfetti o sufficienti, ma rappresentano una base concreta su cui costruire. E questo lo conferma un dato politico rilevante: molti Paesi europei, latinoamericani, africani e insulari si sono detti pronti ad andare avanti comunque, anche al di fuori del negoziato Onu, con percorsi paralleli e cooperazioni regionali, trasmettendo un segnale chiaro: “non possiamo permetterci di fermarci“.
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